Roma, 14 ott – Dopo la notizia della bocciatura da parte della Corte Costituzionale della norma che istituiva una trattenuta del 2,5% sullo stipendio dei dipendenti pubblici per il TFR, in molti ci hanno scritto per chiederci come comportarsi. Prima di darvi dei consigli, riteniamo opportuno ricapitolare la vicenda per meglio “inquadrarla”.

Tutto nasce dalla legge 122 del 2010, una corposa manovra economica emanata dal governo Berlusconi che oltre a bloccare i rinnovi contrattuali per tre anni e congelare le retribuzioni dei dipendenti pubblici, modificava l’istituto della loro buonuscita equiparandola a partire dal 2011 al TFR dei privati.

Con l’equiparazione tra pubblico e privato, la trattenuta del 2,5 per cento denominata “Opera di previdenza” sarebbe dovuta sparire dai cedolini, ma così non è stato, creando uno squilibrio a vantaggio dei lavoratori del settore privato. L’INPDAP (ora INPS) infatti, con una propria circolare (comma 5.1) ritenne che sì, le modalità di calcolo del TFS/TFR erano cambiate ma il vecchio criterio contributivo era rimasto immutato.

Di opposto avviso, come sappiamo, la Corte Costituzionale che l’11 ottobre 2012 ha dichiarato illegittima, a partire dall’1 gennaio 2011, la trattenuta per il TFR del 2,5% sull’80% dello stipendio. In particolare la sentenza della Consulta n. 223 dell’11 ottobre 2012 ha pronunciato l’illegittimità costituzionale dell’art. 12, comma 10 del d. l. 78/2010 convertito nella legge 122/2010, perché viola gli articoli 3 e 36 della Costituzione in quanto “determina un ingiustificato trattamento deteriore dei dipendenti pubblici rispetto a quelli privati, non sottoposti a rivalsa da parte del datore di lavoro“.

Nel dettaglio, dal 1° gennaio 2011 avrebbe dovuto cessare per i dipendenti pubblici, e quindi anche per quelli del comparto, la ritenuta previdenziale del 2,50% sull’80% dello stipendio, corrispondente al 2% sul totale.

Chiarisce infatti la sentenza:

… va osservato che fino al 31 dicembre 2010 la normativa imponeva al datore di lavoro pubblico un accantonamento complessivo del 9,60% sull’80% della retribuzione lorda, con una trattenuta a carico del dipendente pari al 2,50%, calcolato sempre sull’80% della retribuzione. La differente normativa pregressa prevedeva dunque un accantonamento determinato su una base di computo inferiore e, a fronte di un miglior trattamento di fine rapporto, esigeva la rivalsa sul dipendente di cui si discute.

Nel nuovo assetto dell’istituto determinato dalla norma impugnata, invece, la percentuale di accantonamento opera sull’intera retribuzione, con la conseguenza che il mantenimento della rivalsa sul dipendente, in assenza peraltro della “fascia esente”, determina una diminuzione della retribuzione e, nel contempo, la diminuzione della quantità del TFR maturata nel tempo.

La disposizione censurata, a fronte dell’estensione del regime di cui all’art. 2120 del codice civile (ai fini del computo dei trattamenti di fine rapporto) sulle anzianità contributive maturate a fare tempo dal 1º gennaio 2011, determina irragionevolmente l’applicazione dell’aliquota del 6,91% sull’intera retribuzione, senza escludere nel contempo la vigenza della trattenuta a carico del dipendente pari al 2,50% della base contributiva della buonuscita, operata a titolo di rivalsa sull’accantonamento per l’indennità di buonuscita, in combinato con l’art. 37 del d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1032

Cosa fare adesso?

La partita dei rimborsi, a nostro avviso, sarà tutta in salita, ma non per questo bisogna scoraggiarsi. L’impatto della sentenza della Corte Costituzionale, riferita all’intera platea del pubblico impiego, è di circa 3,8 miliardi di euro – e riguarda i lavoratori assunti prima del 1° gennaio 2011 -. Sicuramente quindi il governo comincerà entro breve termine a predisporre una misura ad hoc per disciplinare “in qualche modo” i rimborsi dovuti.

Intanto tutti i lavoratori del pubblico impiego (anche quelli in pensione) assunti prima del 1° gennaio 2011, a prescindere se abbiano aderito o meno ad uno dei 43 ricorsi-pilota esperiti contro tale misura, dovranno semplicemente inviare un’istanza in carta semplice al proprio ente amministratore (rectius datore di lavoro o ex datore di lavoro) chiedendo, in riferimento alla pdf sentenza della Corte Costituzionale n° 223/2012, l’immediata cessazione della trattenuta denominata “Opera di previdenza” e/o il rimborso delle somme illegittimamente trattenute. Fonti dell’Inps, infatti, hanno rivelato che la Ragioneria avrebbe predisposto un parere che farà rientrare l’allarme lanciato dai sindacati (sul contraccolpo economico per casse previdenziali dell’ente), poiché le somme sarebbero piuttosto in carico al datore di lavoro, in questo caso le singole amministrazioni pubbliche, come abbiamo scritto. Naturalmente l’invio dell’istanza va fatto mediante raccomandata con ricevuta di ritorno o, per il personale in servizio, consegnandola brevi manu all’ufficio amministrativo del proprio ente curando che tale documento sia correttamente assunto a protocollo, conservandone una copia.

In caso di silenzio-rifiuto o diniego da parte dell’amministrazione, si potrà proporre ricorso giurisdizionale presso il TAR competente per territorio, entro i termini stabiliti dalla legge.

Abbiamo ragione di credere, comunque, che a breve verranno emanate delle disposizioni in tal senso. Pertanto coloro che voglio aspettare per vedere “cosa succede” posso benissimo farlo, posto che la decadenza dei termini per chiedere un rimborso/corresponsione di somme alla propria amministrazione è di cinque anni (che decorrono dal 1° gennaio 2011).

Gr.Net.it